venerdì 8 marzo 2013
La mimosa
(da Lulù)
(da Lulù)
La mimosa è
il fiore che si regala alle donne l’8 marzo, il giorno della festa delle donne.
Ma perché?
Com’è ormai ben noto, anche ora le donne percepiscono in media uno stipendio inferiore a quello degli uomini. Se siamo in questa situazione ora, immaginatevi come venivano mal pagate nel lontano 1908!
Nel marzo del 1908, le operaie di una fabbrica di prodotti tessili di New York scioperarono e occuparono la fabbrica per le miserevoli condizioni in cui lavoravano (coronate da uno stipendio ridotto ai minimi termini). Dopo qualche giorno di sciopero (proprio, vedete che coincidenza, l’8 marzo) il proprietario ordinò di chiudere le operaie nella fabbrica, così da indurle a riprendere la produzione.
Purtroppo quello stesso giorno scoppiò un incendio che uccise 130 manifestanti che si ritrovarono intrappolate dentro e non poterono fuggire e quindi salvarsi.
I cittadini di New York portarono sul luogo della tragedia tantissimi mazzi di mimose, perché questi sono fiori che fioriscono in grande quantità nelle campagne e quindi molto facili (ed economiche) da recuperare.
Per ciò ora abbiamo la tradizione di regalare le mimose l’8 marzo, a simbolo e a ricordo di tante violenze e soprusi che le donne hanno dovuto subire nel corso degli anni.
Com’è ormai ben noto, anche ora le donne percepiscono in media uno stipendio inferiore a quello degli uomini. Se siamo in questa situazione ora, immaginatevi come venivano mal pagate nel lontano 1908!
Nel marzo del 1908, le operaie di una fabbrica di prodotti tessili di New York scioperarono e occuparono la fabbrica per le miserevoli condizioni in cui lavoravano (coronate da uno stipendio ridotto ai minimi termini). Dopo qualche giorno di sciopero (proprio, vedete che coincidenza, l’8 marzo) il proprietario ordinò di chiudere le operaie nella fabbrica, così da indurle a riprendere la produzione.
Purtroppo quello stesso giorno scoppiò un incendio che uccise 130 manifestanti che si ritrovarono intrappolate dentro e non poterono fuggire e quindi salvarsi.
I cittadini di New York portarono sul luogo della tragedia tantissimi mazzi di mimose, perché questi sono fiori che fioriscono in grande quantità nelle campagne e quindi molto facili (ed economiche) da recuperare.
Per ciò ora abbiamo la tradizione di regalare le mimose l’8 marzo, a simbolo e a ricordo di tante violenze e soprusi che le donne hanno dovuto subire nel corso degli anni.
Quindi, donne, auguri.
Teniamo duro, non facciamoci mettere i piedi in testa e soprattutto pretendiamo il rispetto che si deve a ogni essere umano sempre e non solo il giorno della donna.
È molto meglio avere vicino un uomo (sia esso un padre, un marito, un fratello o quel che sia) che si dimentica di regalarci un rametto di mimosa l’8 marzo, ma che ci rispetta sempre e comunque che un uomo che ci inonda di mimose, ma magari per il resto dell’anno si comporta da padrone e ci mette le mani addosso.
Non permettiamo a nessuno di sottrarci i nostri diritti e la nostra dignità.
Siate forti, non abbiate paura…
Ancora auguri!
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sabato 2 marzo 2013
Perle ai porci
(da Lulù)
(da Lulù)
Autore:
Gianmarco Perboni (è lo pseudonimo di un insegnante attivo nella scuola
pubblica italiana da quasi vent’anni. Dopo un lungo precariato come docente di
tedesco e inglese, attualmente ha una cattedra di ruolo di lingua inglese in una
scuola secondaria di provincia. È l’autore del bestseller Perle ai porci (Rizzoli, 2009) e
della raccolta di strafalcioni scolastici Perle (Rizzoli,
2010) e tiene il blog: http://profperboni.blogspot.it.)
Titolo: Perle ai porci
Pagine: 216
Prezzo: 14 euro
Trama (dalla copertina):
“In questo libro i nomi e i luoghi sono di fantasia, mentre gli eventi e le circostanze sono reali.
Nonostante gli sforzi di Perboni, i suoi allievi hanno tradotto così lo slogan Life is now: “Vivere è avanti”, “Ti amerò sempre”, “Non è vita”, “Vivere o morire” e “Viva la neve”.
Fra i quindicenni di tutti i Paesi Ocse, gli italiani sono al quartultimo posto per le conoscenze in matematica e al sestultimo per la capacità di lettura (dati 2009).
Settembre, il giorno della prima campanella. Il professor Perboni prende servizio come docente di Lingua e letteratura inglese all’Istituto tecnico De Bernardi nel corso C. Il più ostico, a detta della vicepreside. Un corso come tutti gli altri, è convinto Perboni, lui che — con svariati anni di insegnamento alle spalle, prima da precario, poi di ruolo — conosce bene gli studenti italiani di oggi. Una generazione scoraggiante, irrecuperabile, bovinamente supina.
Ragazzi che, in cima alla scala delle proprie aspirazioni, pongono quella di partecipare ad Amici e, al secondo posto, “almeno conoscere qualcuno che abbia partecipato ad Amici”. Adolescenti viziati da genitori disposti a procurare certificati medici fasulli che consentano di uscire dall’aula per andare in bagno ogni dieci minuti, e pronti a denunciare l’insegnante al primo brutto voto (non importa se meritato). Allievi ormai resi incontrollabili da docenti sempre più demotivati, confusi — troppo entusiasti o troppo negligenti — e fiaccati da uno stipendio ridicolo e da obblighi burocratici assurdi e contraddittori.
Ma Perboni non teme più nulla perché ha messo a punto il suo personale metodo da carogna… Nato da un blog di “appunti disorganizzati per trovare ancora un senso nella scuola”, questo romanzo è il diario di un anno scritto da un insegnante appassionato che ormai nelle vene ha veleno. Leggerlo, insieme, avvilisce e fa sbellicare dalle risate. Perché, raccontando interrogazioni da purga staliniana, inquietanti consigli docenti e surreali colloqui con i genitori, mostra un quadro — ahinoi realistico — che dovrebbe far piangere ma diventa irresistibilmente comico.”
Titolo: Perle ai porci
Pagine: 216
Prezzo: 14 euro
Trama (dalla copertina):
“In questo libro i nomi e i luoghi sono di fantasia, mentre gli eventi e le circostanze sono reali.
Nonostante gli sforzi di Perboni, i suoi allievi hanno tradotto così lo slogan Life is now: “Vivere è avanti”, “Ti amerò sempre”, “Non è vita”, “Vivere o morire” e “Viva la neve”.
Fra i quindicenni di tutti i Paesi Ocse, gli italiani sono al quartultimo posto per le conoscenze in matematica e al sestultimo per la capacità di lettura (dati 2009).
Settembre, il giorno della prima campanella. Il professor Perboni prende servizio come docente di Lingua e letteratura inglese all’Istituto tecnico De Bernardi nel corso C. Il più ostico, a detta della vicepreside. Un corso come tutti gli altri, è convinto Perboni, lui che — con svariati anni di insegnamento alle spalle, prima da precario, poi di ruolo — conosce bene gli studenti italiani di oggi. Una generazione scoraggiante, irrecuperabile, bovinamente supina.
Ragazzi che, in cima alla scala delle proprie aspirazioni, pongono quella di partecipare ad Amici e, al secondo posto, “almeno conoscere qualcuno che abbia partecipato ad Amici”. Adolescenti viziati da genitori disposti a procurare certificati medici fasulli che consentano di uscire dall’aula per andare in bagno ogni dieci minuti, e pronti a denunciare l’insegnante al primo brutto voto (non importa se meritato). Allievi ormai resi incontrollabili da docenti sempre più demotivati, confusi — troppo entusiasti o troppo negligenti — e fiaccati da uno stipendio ridicolo e da obblighi burocratici assurdi e contraddittori.
Ma Perboni non teme più nulla perché ha messo a punto il suo personale metodo da carogna… Nato da un blog di “appunti disorganizzati per trovare ancora un senso nella scuola”, questo romanzo è il diario di un anno scritto da un insegnante appassionato che ormai nelle vene ha veleno. Leggerlo, insieme, avvilisce e fa sbellicare dalle risate. Perché, raccontando interrogazioni da purga staliniana, inquietanti consigli docenti e surreali colloqui con i genitori, mostra un quadro — ahinoi realistico — che dovrebbe far piangere ma diventa irresistibilmente comico.”
Mia
modestissima opinione sulla scuola, data con una certa (spero) cognizione di
causa perché ci vado ogni giorno. Da studente.
La scuola fa schifo. Amen, l’abbiamo capito tutti e lo sappiamo tutti, chi ancora non ci è arrivato vive fuori dal mondo.
Perché la scuola fa schifo?
Dal punto di vista di Perboni ci sono due problemi, secondo me anche, ma sono diversi.
Secondo Perboni la scuola fa schifo per due motivi: per lo Stato e per gli studenti.
Secondo me la scuola fa schifo per due motivi: per lo Stato e per la completa mancanza di complicità fra studenti e professori.
La colpa più grande dello Stato, al di là delle tante, tantissime minchiate che ultimamente ha sfornato (su cui primeggiano, nella mia ottica del mondo, l’interdisciplinarità e le “offerte formative” che tanto formative non sono), è la creazione di quelle allucinanti “classi pollaio”. E fidatevi che ve lo dice una che è in una classe di 30 persone: con 30 persone, se anche fossimo tutti geni, non puoi fare un cazzo.
Per il semplicissimo fatto che per interrogarci tutti se ne va via un mese minimo e resta poco tempo per spiegare. Poi durante le spiegazioni se in una “classe normale” (esatto, così ci dicono sempre i nostri insegnanti. “Voi non siete una classe normale”) ci sono 10 domande, in una “classe pollaio” ce ne sono 15 e tutto risulta più appesantito. In una classe di 30 persone poi c’è sempre rumore e non perché noi siamo maleducati. Basta che io chieda al mio compagno di banco a bassissima voce “Che ora è?” che si crea un diffuso e soffuso rumore, perché tutti parliamo pianissimo, ma si tratta del rumore della comunicazione minima e indispensabile di 30 persone. Risultato? Si fa poco e male. E non è colpa di nessuno se non appunto del suddetto Stato.
Un discorso diverso lo faccio per la politica dei tagli, perché sono sicurissima che qualche taglio nella scuola ci vuole. E mi riferisco ai bidelli, alias personale ATA o collaboratori scolastici. Non me ne vogliano i bidelli, ma a scuola mia ce ne sono 10 e non li vedi mai fare niente. C’è il meraviglioso Olindo che legge il giornale, la meravigliosa Anna Maria che lavora all’uncinetto, la meravigliosa Natalina che si dipinge le unghie, il meraviglioso Claudio che disegna (e ho scoperto che li vende anche agli alunni, quei disegni. In effetti è tanto bravo quanto maleducato quando gli chiedi una qualsiasi cosa. Ed è tanto, tanto bravo), la meravigliosa Melinda che parla a telefono con le amiche, il meraviglioso Mario che è sempre imboscato in bagno a fumare e gli altri meravigliosi che sono agli ultimi piani e che quindi non conosco, ma che sicuramente faranno qualcosa. Vabbe’ il che si può anche accettare, perché il compito dei bidelli è pulire le aule dopo l’orario di lezione no? Eh no! Visto con questi occhi, che viene la ditta di pulizie esterna per pulire.
E la cosa bella sapete qual è? Che fra 10 meravigliosi bidelli e la meravigliosa ditta esterna di pulizie ci hanno lasciato annegare nella puzza della spazzatura in decomposizione, perché nessuno ha avuto la degnazione di svuotare i bidoni (che sono alti mezzo metro quindi si tratta di un bel po’ di tempo) finché non l’abbiamo richiesto espressamente (servizio che ci è stato reso con sbuffi e smorfie).
Un bello spreco di risorse, non vi pare?
La scuola fa schifo. Amen, l’abbiamo capito tutti e lo sappiamo tutti, chi ancora non ci è arrivato vive fuori dal mondo.
Perché la scuola fa schifo?
Dal punto di vista di Perboni ci sono due problemi, secondo me anche, ma sono diversi.
Secondo Perboni la scuola fa schifo per due motivi: per lo Stato e per gli studenti.
Secondo me la scuola fa schifo per due motivi: per lo Stato e per la completa mancanza di complicità fra studenti e professori.
La colpa più grande dello Stato, al di là delle tante, tantissime minchiate che ultimamente ha sfornato (su cui primeggiano, nella mia ottica del mondo, l’interdisciplinarità e le “offerte formative” che tanto formative non sono), è la creazione di quelle allucinanti “classi pollaio”. E fidatevi che ve lo dice una che è in una classe di 30 persone: con 30 persone, se anche fossimo tutti geni, non puoi fare un cazzo.
Per il semplicissimo fatto che per interrogarci tutti se ne va via un mese minimo e resta poco tempo per spiegare. Poi durante le spiegazioni se in una “classe normale” (esatto, così ci dicono sempre i nostri insegnanti. “Voi non siete una classe normale”) ci sono 10 domande, in una “classe pollaio” ce ne sono 15 e tutto risulta più appesantito. In una classe di 30 persone poi c’è sempre rumore e non perché noi siamo maleducati. Basta che io chieda al mio compagno di banco a bassissima voce “Che ora è?” che si crea un diffuso e soffuso rumore, perché tutti parliamo pianissimo, ma si tratta del rumore della comunicazione minima e indispensabile di 30 persone. Risultato? Si fa poco e male. E non è colpa di nessuno se non appunto del suddetto Stato.
Un discorso diverso lo faccio per la politica dei tagli, perché sono sicurissima che qualche taglio nella scuola ci vuole. E mi riferisco ai bidelli, alias personale ATA o collaboratori scolastici. Non me ne vogliano i bidelli, ma a scuola mia ce ne sono 10 e non li vedi mai fare niente. C’è il meraviglioso Olindo che legge il giornale, la meravigliosa Anna Maria che lavora all’uncinetto, la meravigliosa Natalina che si dipinge le unghie, il meraviglioso Claudio che disegna (e ho scoperto che li vende anche agli alunni, quei disegni. In effetti è tanto bravo quanto maleducato quando gli chiedi una qualsiasi cosa. Ed è tanto, tanto bravo), la meravigliosa Melinda che parla a telefono con le amiche, il meraviglioso Mario che è sempre imboscato in bagno a fumare e gli altri meravigliosi che sono agli ultimi piani e che quindi non conosco, ma che sicuramente faranno qualcosa. Vabbe’ il che si può anche accettare, perché il compito dei bidelli è pulire le aule dopo l’orario di lezione no? Eh no! Visto con questi occhi, che viene la ditta di pulizie esterna per pulire.
E la cosa bella sapete qual è? Che fra 10 meravigliosi bidelli e la meravigliosa ditta esterna di pulizie ci hanno lasciato annegare nella puzza della spazzatura in decomposizione, perché nessuno ha avuto la degnazione di svuotare i bidoni (che sono alti mezzo metro quindi si tratta di un bel po’ di tempo) finché non l’abbiamo richiesto espressamente (servizio che ci è stato reso con sbuffi e smorfie).
Un bello spreco di risorse, non vi pare?
Poi però
ovviamente c’è l’altra faccia della medaglia. Perché alla fine lo Stato può
fare quello che vuole, ma in classe ci siamo noi: gli studenti e i professori.
Possibile che nessuno riesca a capire che siamo sulla stessa barca e che se ci aiutiamo l’un l’altro riusciremo a raggiungere quello che il fine ultimo della scuola e cioè imparare e insegnare, a dispetto di qualsiasi classe pollaio e a dispetto di qualsiasi Stato dalle intenzioni assassine? Evidentemente non ci arriva nessuno, perché nessuno fa partire un dialogo.
Possibile che nessuno riesca a capire che siamo sulla stessa barca e che se ci aiutiamo l’un l’altro riusciremo a raggiungere quello che il fine ultimo della scuola e cioè imparare e insegnare, a dispetto di qualsiasi classe pollaio e a dispetto di qualsiasi Stato dalle intenzioni assassine? Evidentemente non ci arriva nessuno, perché nessuno fa partire un dialogo.
Secondo
Perboni, gli studenti sono delle capre ignoranti interessati solo ai talk show,
scostumati e arroganti. Ci vede più o meno come delle sottospecie di amebe.
Quant’è facile, per lor signori, sparare sentenze! E quant’è difficile cercare
di capire! Tant’è che finora ho incontrato solo un paio di professori che ci
hanno provato. Inutile dire che sono quei professori che vengono nominati
sempre con il massimo rispetto e la massima deferenza, anche se ti hanno
appioppato una sfilza di quattro e ti hanno dato il debito o ti hanno bocciato.
E alla fine sono questi i professori che ottengono i risultati migliori, perché
entra in gioco anche il sistema “mi impegno e studio per non deluderlo”. Non
serve fare la carogna, anzi. È controproducente.
Comunque, stavo dicendo. Posso dare ragione a Perboni se dice che buona parte degli studenti (ma anche la maggior parte) non è assolutamente interessata alla cultura e all’istruzione e che sia interessata solamente alla TV. Posso dargli ragione se dice che una minoranza è estremamente disturbante. Ma non posso dargli ragione se dice che noi siamo tutti cretini di natura e arroganti per cattiveria o insensibilità, perché non è così (tanto per la cronaca, io non desidero fare la velina. E so benissimo cosa sono le veline in editoria giornalistica. Quindi bisogna anche evitare di fare di tutta l’erba un fascio).
Evidentemente Perboni non ha mai provato a conoscere i propri studenti (e con lui la maggior parte dei professori e degli adulti in genere).
Quando si parla di scuola, tutti addosso agli studenti indolenti e vuoti della nuova generazione. Nessuno mai che pensi alla tensione, al malessere che percepiamo ogni giorno.
Io ho visto piangere a singhiozzi gli studenti che si presentano come i più arroganti e sfrontati di tutti. Ho visto piangere a singhiozzi gli studenti più carini della scuola, quelli più popolari e invidiati di tutti. Ho visto piangere a singhiozzi gli studenti più tranquilli, gli studenti con i voti più alti, con i voti più bassi, i più ricchi, i più poveri, i più disastrati, quelli dalla vita apparentemente perfetta. Ho visto piangere a singhiozzi tutti, almeno una volta. È capitato anche a me, di piangere a quel modo. Semplicemente perché a un certo punto ti manca l’aria e senti un peso sullo stomaco. È tutto così maledettamente complicato. E incerto. Dannatamente incerto.
In classe ne siamo 30, potrei portarvi tante storie. Ne basta una.
C’è un ragazzo appassionato di botanica che voleva andare all’agrario a Latina (era quindi, badate bene, disposto a farsi ogni giorno un’ora di treno più un quarto d’ora abbondante di autobus), è un ragazzo serio e intelligente, di sicuro sarebbe stato uno dei migliori. I genitori però l’hanno subito bloccato: lui fa il liceo perché tutti in famiglia hanno fatto il liceo, lui farà farmacia perché tutti in famiglia hanno fatto farmacia. E così si ritrova con questo grandissimo amore per le piante, con un talento naturale bellissimo (ha riempito la classe di fiori e piante, ma ora che hanno iniziato i lavori per rifare l’affacciata della scuola e dobbiamo tenere le tapparelle chiuse le ha riportate a casa per non farle morire per mancanza di sole) a fare una scuola che non gli piace, che odia perché non fa altro che pensare a quell’altra scuola cui sarebbe voluto andare, con un sogno nel cassetto calpestato da quella stessa famiglia che dovrebbe sostenerlo e un rancore misto a tristezza sia contro la scuola che contro la famiglia. Famiglia che lo tiene sotto la pressione di cento e uno pretese. Come può stare bene? Eppure, perché è una persona seria, nonostante tutto ha ottimi voti. Ma non è sereno.
Quando faccio questo discorso, mi prendono sempre tutti per scema. Eppure è così. Non basta avere tutto, materialmente parlando, per stare bene. E allora ognuno ripiega su qualcosa, su quello che può.
C’è chi si getta nello sport, chi si getta sulla scuola, chi non ha niente cui aggrapparsi, chi si rivolge verso lo scintillante mondo della TV, in cui sembra tutto così facile, così tranquillo, così perfetto. Mi viene da dire così “Hakuna Matata”, senza pensieri.
Comunque, stavo dicendo. Posso dare ragione a Perboni se dice che buona parte degli studenti (ma anche la maggior parte) non è assolutamente interessata alla cultura e all’istruzione e che sia interessata solamente alla TV. Posso dargli ragione se dice che una minoranza è estremamente disturbante. Ma non posso dargli ragione se dice che noi siamo tutti cretini di natura e arroganti per cattiveria o insensibilità, perché non è così (tanto per la cronaca, io non desidero fare la velina. E so benissimo cosa sono le veline in editoria giornalistica. Quindi bisogna anche evitare di fare di tutta l’erba un fascio).
Evidentemente Perboni non ha mai provato a conoscere i propri studenti (e con lui la maggior parte dei professori e degli adulti in genere).
Quando si parla di scuola, tutti addosso agli studenti indolenti e vuoti della nuova generazione. Nessuno mai che pensi alla tensione, al malessere che percepiamo ogni giorno.
Io ho visto piangere a singhiozzi gli studenti che si presentano come i più arroganti e sfrontati di tutti. Ho visto piangere a singhiozzi gli studenti più carini della scuola, quelli più popolari e invidiati di tutti. Ho visto piangere a singhiozzi gli studenti più tranquilli, gli studenti con i voti più alti, con i voti più bassi, i più ricchi, i più poveri, i più disastrati, quelli dalla vita apparentemente perfetta. Ho visto piangere a singhiozzi tutti, almeno una volta. È capitato anche a me, di piangere a quel modo. Semplicemente perché a un certo punto ti manca l’aria e senti un peso sullo stomaco. È tutto così maledettamente complicato. E incerto. Dannatamente incerto.
In classe ne siamo 30, potrei portarvi tante storie. Ne basta una.
C’è un ragazzo appassionato di botanica che voleva andare all’agrario a Latina (era quindi, badate bene, disposto a farsi ogni giorno un’ora di treno più un quarto d’ora abbondante di autobus), è un ragazzo serio e intelligente, di sicuro sarebbe stato uno dei migliori. I genitori però l’hanno subito bloccato: lui fa il liceo perché tutti in famiglia hanno fatto il liceo, lui farà farmacia perché tutti in famiglia hanno fatto farmacia. E così si ritrova con questo grandissimo amore per le piante, con un talento naturale bellissimo (ha riempito la classe di fiori e piante, ma ora che hanno iniziato i lavori per rifare l’affacciata della scuola e dobbiamo tenere le tapparelle chiuse le ha riportate a casa per non farle morire per mancanza di sole) a fare una scuola che non gli piace, che odia perché non fa altro che pensare a quell’altra scuola cui sarebbe voluto andare, con un sogno nel cassetto calpestato da quella stessa famiglia che dovrebbe sostenerlo e un rancore misto a tristezza sia contro la scuola che contro la famiglia. Famiglia che lo tiene sotto la pressione di cento e uno pretese. Come può stare bene? Eppure, perché è una persona seria, nonostante tutto ha ottimi voti. Ma non è sereno.
Quando faccio questo discorso, mi prendono sempre tutti per scema. Eppure è così. Non basta avere tutto, materialmente parlando, per stare bene. E allora ognuno ripiega su qualcosa, su quello che può.
C’è chi si getta nello sport, chi si getta sulla scuola, chi non ha niente cui aggrapparsi, chi si rivolge verso lo scintillante mondo della TV, in cui sembra tutto così facile, così tranquillo, così perfetto. Mi viene da dire così “Hakuna Matata”, senza pensieri.
Ma qualcuno di quei professori, così come anche di quei genitori, che sono buoni solo a puntarci il dito contro, a scuotere la testa con disapprovazione e a dire “Eh ai miei tempi…” ci ha mai pensato che forse dietro a questo atteggiamento c’è qualche problema di fondo, qualche sotterraneo malessere?
Eh già, ai vostri tempi. Voi andavate a scuola, studiavate e avevate la certezza che qualcosa, nel bene o nel male, comunque l’avreste fatta. A noi non è concesso neppure quello. A tutti, almeno una volta, quando ci impegniamo a fare qualcosa è spuntato improvvisamente quel pensiero molesto “Ma infondo che lo faccio a fare? Tanto se non trovo una raccomandazione o qualcuno cui aprire le gambe non serve a niente, nessuno mi riconoscerà mai niente…”
Per questo, in questo momento la scuola ha bisogno di Signor Professori, che siano capaci di aiutarci a superare le crisi di nervi e di panico (perché essenzialmente questo sono), che capiscano che spesso e volentieri quello studente esibizionista e frivolo sta cercando disperatamente di non pensare a quanto è soffocante tutto il mondo che lo circonda, che ci sappiano motivare allo studio facendoci capire perché e come questo studio può aiutarci a rendere tutto meno minaccioso e soprattutto che sappiano farlo senza giudicarci e senza creare il regime del terrore, perché tutto ci serve tranne che un professore carogna che crea solo un altro nodo di tensione in un periodo già abbastanza teso di suo.
Cosa abbiamo invece? Professori che (ripeto, nella maggior parte dei casi) se ne fregano altamente di noi, troppo impegnati ad auto commiserarsi piuttosto che a cercare di capirci qualcosa, pronti solo a puntarci il dito contro e a sparare sentenze peggio di una mitragliatrice. Fossero perfetti, poi, loro!
Lunatici (ora sono tutti latte e miele, ora sono delle iene latranti), generalmente chiusi a ogni dialogo e convinti di possedere la Santissima Assoluta Verità, capita spesso che siano dei totali imbecilli ignoranti della loro materia. Non ci credete?
Venite ad assistere a una spiegazione della mia professoressa di italiano con più “ehmmm” che contenuti. O a quella dell’insegnante di scienze dell’anno scorso.
Il rapporto professori-studenti è simile a un matrimonio. Dobbiamo accettarci e venirci incontro l’un l’altro per lavorare al meglio.
E questo il signor Perboni non l’ha proprio capito.
A parte
tutta questa disquisizione il libro si fa leggere, non è che dia chissà quale rivelazione
e non fa nemmeno ridere. In qualche punto ti esce un sorrisino forzato, ma più
che altro ti viene da piangere. Ecco, questo libro mi sta procurando una di
quelle crisi di claustrofobia di cui sopra. Penso proprio che ora andrò a curarmi
con un po’ di cioccolata e di film.
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lunedì 25 febbraio 2013
Il dramma della Shoah
(da Rory)
Lo so che sono molto in ritardo con questo argomento visto che la giornata della memoria è stata il 27 gennaio,ma la mia professoressa per casa mi ha dato questo tema e ho deciso di copiarlo qui.
Con la parola Shoah intendiamo lo sterminio degli ebrei,infatti la stessa parola significa catastrofe.
Come iniziò tutto questo?Tutto partì dalle leggi razziali dettate da Hitler,con queste gli ebrei non potevano entrare nei negozi,non potevano fare lavori sia che erano pubblici o privati.Dopo di ciò furono relegati nei ghetti,i quali erano circondati da filo spinato,muri e guardie,lì dovevano vivere lontano dal resto del mondo e arrangiarsi per vivere.
Poi Hitler fece la cosa peggiore che potesse mai fare,creò i campi di sterminio,uno dei più ''famosi'' per la sua efficienza è quello di Auschwitz.
Viaggiavano nei vagoni merci,arrivati lì gli separavano:maschi,donne e bambini.I bambini erano mandati direttamente al forno crematoio e donne e uomini venivano selezionati per la vita o per la morte.
Hitler non se la prese solo con gli ebrei ma anche con gli zingari,i testimoni di Geova e gli omosessuali.Definiva questa gente di razza impura anche su lui stesso aveva origini ebree!
Nei campi si viveva malissimo,avevano vestiti che non gli proteggevano dal freddo,erano in condizioni igieniche disastrose e quindi spesso si ammalavano di tifo,febbre tifoidea o di scabbia.Se avevano delle scarpe,sia troppo grandi o troppo piccole,dovevano tenersele e anche molto gelosamente,altrimenti potevano rubargliele e non gliene davano altre.Ovviamente per loro tutto ciò non bastava,facevano anche esperimenti su di loro,un esempio:provavano a fargli bere soltanto acqua marina e alla fine morivano disidratati.
Furono sterminati milioni e milioni di persone,tutto ciò non si può dimenticare,dobbiamo ricordare per non ripetere più lo stesso errore!
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sabato 23 febbraio 2013
La sapienza
(da Lulù)
(da Lulù)
Un mio
carissimo amico mi dice sempre che il senso della lettura è il trovare, in un
personaggio o in uno scrittore, qualcuno che sia in grado di esprimere le tue
idee più chiaramente di come potresti mai farlo tu, oppure qualcuno che sia in
grado di “illuminarti” rivelandoti ciò che pensi (e che magari fino a quel
momento avevi percepito come un qualcosa di confuso e vagamente definito).
Io gli ho sempre dato ragione, ma mai ho pensato che qualcosa del genere sarebbe potuta succedermi con la Bibbia! Sono partita nella lettura prevenuta e diffidente, mea culpa. Probabilmente solo ora sono giunta a uno stato d’animo che mi permetterà di finire questo mattone con serenità e nel modo giusto. Beh, meglio tardi che mai.
Comunque l’anonimo autore della Bibbia che è stato capace di colpirmi nella sua semplicità è colui che ha scritto il libro Sapienza.
A quanto pare questo libro è stato scritto nel I secolo a. C. (2000 anni fa!) da un filosofo che vuole insegnare a governare ai principi in nome della giustizia e ovviamente della conoscenza.
Tagliando tutti i discorsi teologici e tutta la lode di Dio (insomma è pur sempre la Bibbia, il centro di tutto quello è) ho trovato scritto pressappoco quel che penso, provo e percepisco io sull’argomento e ammetto che il trovarmi così in sintonia con un mister X dell’antichità mi ha riempito di qualcosa di molto simile alla tenerezza.
In questo momento, grazie a questo signore, mi sento in comunione un po’ con tutto e tutti: se riesco ancora a trovare condivisibile qualcosa scritto 2000 anni fa, significa che alla fine noi esseri umani siamo più simili, nel tempo e nello spazio, di quanto ci sembri in realtà. E, non so bene perché, quest’idea mi piace un sacco.
Io gli ho sempre dato ragione, ma mai ho pensato che qualcosa del genere sarebbe potuta succedermi con la Bibbia! Sono partita nella lettura prevenuta e diffidente, mea culpa. Probabilmente solo ora sono giunta a uno stato d’animo che mi permetterà di finire questo mattone con serenità e nel modo giusto. Beh, meglio tardi che mai.
Comunque l’anonimo autore della Bibbia che è stato capace di colpirmi nella sua semplicità è colui che ha scritto il libro Sapienza.
A quanto pare questo libro è stato scritto nel I secolo a. C. (2000 anni fa!) da un filosofo che vuole insegnare a governare ai principi in nome della giustizia e ovviamente della conoscenza.
Tagliando tutti i discorsi teologici e tutta la lode di Dio (insomma è pur sempre la Bibbia, il centro di tutto quello è) ho trovato scritto pressappoco quel che penso, provo e percepisco io sull’argomento e ammetto che il trovarmi così in sintonia con un mister X dell’antichità mi ha riempito di qualcosa di molto simile alla tenerezza.
In questo momento, grazie a questo signore, mi sento in comunione un po’ con tutto e tutti: se riesco ancora a trovare condivisibile qualcosa scritto 2000 anni fa, significa che alla fine noi esseri umani siamo più simili, nel tempo e nello spazio, di quanto ci sembri in realtà. E, non so bene perché, quest’idea mi piace un sacco.
Riscrivo
qualche stralcio del libro:
La sapienza è
radiosa e indefettibile,
facilmente è contemplata da chi l’ama
e trovata da chiunque la ricerca.
Previene, per farsi conoscere,
quanti la desiderano.
Chi si leva per essa di buon mattino
non faticherà,
la troverà seduta alla sua porta.
Riflettere su di essa
è perfezione di saggezza,
chi veglia per lei
sarà presto senza affanni.
Essa medesima va in cerca
di quanti sono degni di lei,
appare loro ben disposta per le strade,
va loro incontro con ogni benevolenza.
Suo principio assai sincero
è il desiderio d’istruzione;
la cura dell’istruzione è amore;
l’amore è osservanza delle sue leggi;
il rispetto delle leggi
è garanzia di immortalità
e l’immortalità fa stare vicino a Dio.
Dunque il desiderio della sapienza
conduce al regno.
Se dunque, sovrani dei popoli,
vi dilettati di troni e di scettri,
onorate la sapienza, perché possiate regnare sempre.
(Sap 6, 12-21)
facilmente è contemplata da chi l’ama
e trovata da chiunque la ricerca.
Previene, per farsi conoscere,
quanti la desiderano.
Chi si leva per essa di buon mattino
non faticherà,
la troverà seduta alla sua porta.
Riflettere su di essa
è perfezione di saggezza,
chi veglia per lei
sarà presto senza affanni.
Essa medesima va in cerca
di quanti sono degni di lei,
appare loro ben disposta per le strade,
va loro incontro con ogni benevolenza.
Suo principio assai sincero
è il desiderio d’istruzione;
la cura dell’istruzione è amore;
l’amore è osservanza delle sue leggi;
il rispetto delle leggi
è garanzia di immortalità
e l’immortalità fa stare vicino a Dio.
Dunque il desiderio della sapienza
conduce al regno.
Se dunque, sovrani dei popoli,
vi dilettati di troni e di scettri,
onorate la sapienza, perché possiate regnare sempre.
(Sap 6, 12-21)
La (riferito alla sapienza) preferii a scettri e a troni,
stimai un nulla la ricchezza
al suo confronto;
non la paragonai neppure
a una gemma inestimabile,
perché tutto l’oro al suo confronto
è un po’ di sabbia
e come fango sarà valutato
di fronte a essa l’argento.
L’amai più della salute e della bellezza,
preferii il suo possesso alla stessa luce,
perché non tramonta lo splendore
che ne promana.
Insieme con essa
mi sono venuti tutti i beni;
nelle sue mani
è una ricchezza incalcolabile.
Godetti di tutti questi beni,
perché la sapienza li guida,
ma ignoravo che di tutti essa è madre.
(Sap 7, 8-12)
stimai un nulla la ricchezza
al suo confronto;
non la paragonai neppure
a una gemma inestimabile,
perché tutto l’oro al suo confronto
è un po’ di sabbia
e come fango sarà valutato
di fronte a essa l’argento.
L’amai più della salute e della bellezza,
preferii il suo possesso alla stessa luce,
perché non tramonta lo splendore
che ne promana.
Insieme con essa
mi sono venuti tutti i beni;
nelle sue mani
è una ricchezza incalcolabile.
Godetti di tutti questi beni,
perché la sapienza li guida,
ma ignoravo che di tutti essa è madre.
(Sap 7, 8-12)
In essa (sempre la sapienza) c’è uno spirito intelligente,
santo, unico, molteplice, sottile,
mobile, penetrante, senza macchia,
terso, inoffensivo, amante del bene,
acuto,
libero, benefico, amico dell’uomo,
stabile, sicuro, senz’affanni,
onnipotente, onniveggente
e che pervade tutti gli spiriti
intelligenti, puri, sottilissimi.
La sapienza è il più agile di tutti i moti;
per la sua purezza si diffonde
e penetra in ogni cosa.
È un’emanazione della potenza di Dio,
un effluvio genuino della gloria
dell’Onnipotente,
per questo nulla di contaminato
in essa s’infiltra.
È un riflesso della luce perenne,
uno specchio senza macchia
dell’attività di Dio
e un’immagine della sua bontà.
Sebbene unica, essa può tutto;
pur rimanendo in se stessa, tutto rinnova
e attraverso l’età
entrando nelle anime sante,
forma amici di Dio e profeti.
Nulla infatti Dio ama
se non chi vive con la sapienza.
Essa in realtà è più bella del sole
e supera ogni costellazione di astri;
paragonata alla luce, risulta superiore;
a questa, infatti, succede la notte,
ma contro la sapienza
la malvagità non può prevalere.
(Sap 7, 22-30)
santo, unico, molteplice, sottile,
mobile, penetrante, senza macchia,
terso, inoffensivo, amante del bene,
acuto,
libero, benefico, amico dell’uomo,
stabile, sicuro, senz’affanni,
onnipotente, onniveggente
e che pervade tutti gli spiriti
intelligenti, puri, sottilissimi.
La sapienza è il più agile di tutti i moti;
per la sua purezza si diffonde
e penetra in ogni cosa.
È un’emanazione della potenza di Dio,
un effluvio genuino della gloria
dell’Onnipotente,
per questo nulla di contaminato
in essa s’infiltra.
È un riflesso della luce perenne,
uno specchio senza macchia
dell’attività di Dio
e un’immagine della sua bontà.
Sebbene unica, essa può tutto;
pur rimanendo in se stessa, tutto rinnova
e attraverso l’età
entrando nelle anime sante,
forma amici di Dio e profeti.
Nulla infatti Dio ama
se non chi vive con la sapienza.
Essa in realtà è più bella del sole
e supera ogni costellazione di astri;
paragonata alla luce, risulta superiore;
a questa, infatti, succede la notte,
ma contro la sapienza
la malvagità non può prevalere.
(Sap 7, 22-30)
Dopo di
questo, sarebbe blasfemo dire che per me la sapienza è Dio?
Non credo, visto che nello stesso libro della Sapienza c’è scritto che nell’unione con la sapienza c’è l’immortalità (e rendere qualcuno immortale è prerogativa di Dio no?).
Ecco, per me Dio è la sapienza.
Non credo, visto che nello stesso libro della Sapienza c’è scritto che nell’unione con la sapienza c’è l’immortalità (e rendere qualcuno immortale è prerogativa di Dio no?).
Ecco, per me Dio è la sapienza.
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giovedì 21 febbraio 2013
Storia di un gatto e
del topo che diventò suo amico
(da Lulù)
(da Lulù)
Autore: Luis
Sepúlveda
Titolo: Storia di un gatto e del topo che diventò suo amico
Casa editrice: Guanda
Pagine: 86
Prezzo: 10€
Titolo: Storia di un gatto e del topo che diventò suo amico
Casa editrice: Guanda
Pagine: 86
Prezzo: 10€
Secondo me
non è un caso se per questo libro è stato creato un video pubblicitario. E non
è nemmeno un caso che in questo video compaia, più che il libro in sé, un
ripetuto richiamo a un altro libro, il grande successo di Sepúlveda: Storia di
una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare.
Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare è stato il primo libro che io abbia mai letto, quindi è logico dire che Luis Sepúlveda sia stato il mio primo scrittore. Ovviamente, quando ho visto in libreria questa nuova uscita, non sono riuscita a resistere alla tentazione di leggerlo (ma non comprarlo, per fortuna).
Scegliendo un titolo del genere è ovvio che Sepúlveda ci presenta Storia di un gatto e del topo che diventò suo amico un po’ come se fosse l’erede della Gabbianella e il Gatto, ruolo che è confermato dalla scelta di trattare più o meno lo stesso tema: l’amicizia fra diversi.
In questo libro i “diversi” sono un umano, un gatto e un topo, che si chiamano (udite, udite!) Max, Mix e Mex. Già la scelta dei nomi mi ha fatto storcere il naso: non vi sembra tanto un’uscita infantile per far sorridere con tenerezza i lettori?
Comunque la storia è questa: Max è un umano che si trasferisce in una casa con il suo gatto Mix, che per l’età è diventato cieco. In questa casa vive un topolino, cui Mix darà il nome di Mex, che stringe amicizia con il gatto descrivendogli l’ambiente circostante e quindi diventando, in un certo senso, i suoi occhi.
Il tutto condito da frasette-morale sull’amicizia stile “un amico si prende cura di ciò che piace all’altro” o “un amico si prende sempre cura della libertà dell’altro” o ancora “un amico capisce i limiti dell’altro e lo aiuta” che fanno tanto favoletta da bimbi scemi che non sono capaci di capire il succo del discorso da soli.
La storia è sviluppata con una velocità e una superficialità incredibili (86 pagine? Macché, almeno 20 sono occupate dall’elenco degli altri libri di Sepúlveda e 10 per introduzione/dedica/pagine bianche! Ricordo che quando sono arrivata alla fine sono cascata dalle nuvole e ho pensato “Già?!?”), scritta con uno stile scemo e poco articolato, insomma il libro è stato una completa delusione.
Non si potrebbe giustificare nemmeno dicendo che sia un libro per bambini, perché staremo al livello di bambini dell’asilo. Nido.
Durante la lettura (durata nemmeno mezz’ora) mi sono spesso chiesta se sarebbe scattata comunque la scintilla, se anni fa al posto della gabbianella e il gatto ci fosse stato questo libro. La risposta ovviamente è no.
La cosa che salta più all’occhio sono appunto quelle frasette di cui sopra, che dovrebbero dare spessore al racconto ma che in realtà lo ricoprono semplicemente di ridicolo e gli danno l’aria di un libro dalle grandissime pretese di sensibilità (tutte clamorosamente deluse). Se un libro è scritto bene, riesco a percepire quel che vuole trasmettere senza che il suggeritore me lo dica a chiare lettere. Lo trovo un espediente piuttosto grossolano.
E tutto ciò fa un contrasto spaventoso se lo si mette a confronto con la poesia, l’equilibrio e la perfezione di Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare.
Secondo me questo libro è stato un esperimento commerciale, scritto contro voglia, senza cura, attenzione e passione e perciò risulta piuttosto mal riuscito.
Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare è stato il primo libro che io abbia mai letto, quindi è logico dire che Luis Sepúlveda sia stato il mio primo scrittore. Ovviamente, quando ho visto in libreria questa nuova uscita, non sono riuscita a resistere alla tentazione di leggerlo (ma non comprarlo, per fortuna).
Scegliendo un titolo del genere è ovvio che Sepúlveda ci presenta Storia di un gatto e del topo che diventò suo amico un po’ come se fosse l’erede della Gabbianella e il Gatto, ruolo che è confermato dalla scelta di trattare più o meno lo stesso tema: l’amicizia fra diversi.
In questo libro i “diversi” sono un umano, un gatto e un topo, che si chiamano (udite, udite!) Max, Mix e Mex. Già la scelta dei nomi mi ha fatto storcere il naso: non vi sembra tanto un’uscita infantile per far sorridere con tenerezza i lettori?
Comunque la storia è questa: Max è un umano che si trasferisce in una casa con il suo gatto Mix, che per l’età è diventato cieco. In questa casa vive un topolino, cui Mix darà il nome di Mex, che stringe amicizia con il gatto descrivendogli l’ambiente circostante e quindi diventando, in un certo senso, i suoi occhi.
Il tutto condito da frasette-morale sull’amicizia stile “un amico si prende cura di ciò che piace all’altro” o “un amico si prende sempre cura della libertà dell’altro” o ancora “un amico capisce i limiti dell’altro e lo aiuta” che fanno tanto favoletta da bimbi scemi che non sono capaci di capire il succo del discorso da soli.
La storia è sviluppata con una velocità e una superficialità incredibili (86 pagine? Macché, almeno 20 sono occupate dall’elenco degli altri libri di Sepúlveda e 10 per introduzione/dedica/pagine bianche! Ricordo che quando sono arrivata alla fine sono cascata dalle nuvole e ho pensato “Già?!?”), scritta con uno stile scemo e poco articolato, insomma il libro è stato una completa delusione.
Non si potrebbe giustificare nemmeno dicendo che sia un libro per bambini, perché staremo al livello di bambini dell’asilo. Nido.
Durante la lettura (durata nemmeno mezz’ora) mi sono spesso chiesta se sarebbe scattata comunque la scintilla, se anni fa al posto della gabbianella e il gatto ci fosse stato questo libro. La risposta ovviamente è no.
La cosa che salta più all’occhio sono appunto quelle frasette di cui sopra, che dovrebbero dare spessore al racconto ma che in realtà lo ricoprono semplicemente di ridicolo e gli danno l’aria di un libro dalle grandissime pretese di sensibilità (tutte clamorosamente deluse). Se un libro è scritto bene, riesco a percepire quel che vuole trasmettere senza che il suggeritore me lo dica a chiare lettere. Lo trovo un espediente piuttosto grossolano.
E tutto ciò fa un contrasto spaventoso se lo si mette a confronto con la poesia, l’equilibrio e la perfezione di Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare.
Secondo me questo libro è stato un esperimento commerciale, scritto contro voglia, senza cura, attenzione e passione e perciò risulta piuttosto mal riuscito.
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domenica 17 febbraio 2013
Noi,i ragazzi dello zoo di Berlino
(da Rory)
Titolo:Noi i ragazzi dello zoo di Berlino
Autrice: Christiane F.
Prezzo:9,90 euro
Pagine:309
Trama:
Berlino, anni Settanta, quartiere dormitorio di Gropiusstadt. Christiane F. ha dodici anni, un padre violento e una madre spesso fuori casa. Inizia a fumare hashish e a prendere Lsd, efedrina e mandrax. A quattordici anni per la prima volta si fa di eroina e comincia a prostituirsi. È l'inizio di una discesa nel gorgo della droga da cui risalirà faticosamente dopo due anni. La sua storia, raccontata ai due giornalisti del settimanale "Stern" Kai Hermann e Horst Rieck, è diventata un caso esemplare, una denuncia dell'indifferenza della nostra società verso un dramma sempre attuale. Una testimonianza cruda, la fotografia di un'epoca.
Recensione:
Questo è un libro che ti sbatte la verità di questo mondo in faccia.Crudo,duro..parla senza mezzi termini dello schifo che è stato la sua vita.Nel giro della droga non ci si entra così,senza niente,se hai una vita perfetta e ti va tutto bene non prendi la droga.Puoi iniziare perchè non sai come affogare i tuoi problemi o soltanto per sentirti grande con il resto del gruppo,quindi frequentando le persone sbagliate.
La prima volta che provano pensano '' una volta e basta non mi può far niente'' con quella dose stanno bene per molto tempo,non sono dipendenti fisicamente ma mentalmente sanno che si faranno un altra dose.Poi dal semplice sniffare iniziano a farsi le siringhe, da lì poi è molto difficile smettere.
Questo libro anche se è così duro non puoi fare a meno di continuare a leggerlo,mentre lo leggi (io che ho più o meno la stessa età di quando ha iniziato a drogarsi)non puoi fare a meno di dire ''ha la mia stessa età,oddio ha tredici anni è una ragazzina''. Io consiglio a tutti di leggerlo,apre gli occhi!
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- Siamo due cuginette, Luisa e Rosa, che vivendo lontane hanno deciso di scrivere un blog insieme. A Luisa piace leggere, guardare gli anime e studiare (che secchiona!!!); a Rosa piace leggere, vedere film e scrivere. Speriamo tanto di riuscire a intrattenervi e ad interessarvi e che questo blog vi piaccia!





