sabato 2 marzo 2013


Perle ai porci
(da Lulù)

Autore: Gianmarco Perboni (è lo pseudonimo di un insegnante attivo nella scuola pubblica italiana da quasi vent’anni. Dopo un lungo precariato come docente di tedesco e inglese, attualmente ha una cattedra di ruolo di lingua inglese in una scuola secondaria di provincia. È l’autore del bestseller Perle ai porci (Rizzoli, 2009) e della raccolta di strafalcioni scolastici Perle (Rizzoli, 2010) e tiene il blog: http://profperboni.blogspot.it.)
Titolo: Perle ai porci
Pagine: 216
Prezzo: 14 euro
Trama (dalla copertina):
“In questo libro i nomi e i luoghi sono di fantasia, mentre gli eventi e le circostanze sono reali.

Nonostante gli sforzi di Perboni, i suoi allievi hanno tradotto così lo slogan Life is now: “Vivere è avanti”, “Ti amerò sempre”, “Non è vita”, “Vivere o morire” e “Viva la neve”.

Fra i quindicenni di tutti i Paesi Ocse, gli italiani sono al quartultimo posto per le conoscenze in matematica e al sestultimo per la capacità di lettura (dati 2009).

Settembre, il giorno della prima campanella. Il professor Perboni prende servizio come docente di Lingua e letteratura inglese all’Istituto tecnico De Bernardi nel corso C. Il più ostico, a detta della vicepreside. Un corso come tutti gli altri, è convinto Perboni, lui che — con svariati anni di insegnamento alle spalle, prima da precario, poi di ruolo — conosce bene gli studenti italiani di oggi. Una generazione scoraggiante, irrecuperabile, bovinamente supina.
Ragazzi che, in cima alla scala delle proprie aspirazioni, pongono quella di partecipare ad Amici e, al secondo posto, “almeno conoscere qualcuno che abbia partecipato ad Amici”. Adolescenti viziati da genitori disposti a procurare certificati medici fasulli che consentano di uscire dall’aula per andare in bagno ogni dieci minuti, e pronti a denunciare l’insegnante al primo brutto voto (non importa se meritato). Allievi ormai resi incontrollabili da docenti sempre più demotivati, confusi — troppo entusiasti o troppo negligenti — e fiaccati da uno stipendio ridicolo e da obblighi burocratici assurdi e contraddittori.
Ma Perboni non teme più nulla perché ha messo a punto il suo personale metodo da carogna… Nato da un blog di “appunti disorganizzati per trovare ancora un senso nella scuola”, questo romanzo è il diario di un anno scritto da un insegnante appassionato che ormai nelle vene ha veleno. Leggerlo, insieme, avvilisce e fa sbellicare dalle risate. Perché, raccontando interrogazioni da purga staliniana, inquietanti consigli docenti e surreali colloqui con i genitori, mostra un quadro — ahinoi realistico — che dovrebbe far piangere ma diventa irresistibilmente comico.”


Mia modestissima opinione sulla scuola, data con una certa (spero) cognizione di causa perché ci vado ogni giorno. Da studente.
La scuola fa schifo. Amen, l’abbiamo capito tutti e lo sappiamo tutti, chi ancora non ci è arrivato vive fuori dal mondo.
Perché la scuola fa schifo?
Dal punto di vista di Perboni ci sono due problemi, secondo me anche, ma sono diversi.
Secondo Perboni la scuola fa schifo per due motivi: per lo Stato e per gli studenti.
Secondo me la scuola fa schifo per due motivi: per lo Stato e per la completa mancanza di complicità fra studenti e professori.
La colpa più grande dello Stato, al di là delle tante, tantissime minchiate che ultimamente ha sfornato (su cui primeggiano, nella mia ottica del mondo, l’interdisciplinarità e le “offerte formative” che tanto formative non sono), è la creazione di quelle allucinanti “classi pollaio”. E fidatevi che ve lo dice una che è in una classe di 30 persone: con 30 persone, se anche fossimo tutti geni, non puoi fare un cazzo.
Per il semplicissimo fatto che per interrogarci tutti se ne va via un mese minimo e resta poco tempo per spiegare. Poi durante le spiegazioni se in una “classe normale” (esatto, così ci dicono sempre i nostri insegnanti. “Voi non siete una classe normale”) ci sono 10 domande, in una “classe pollaio” ce ne sono 15 e tutto risulta più appesantito. In una classe di 30 persone poi c’è sempre rumore e non perché noi siamo maleducati. Basta che io chieda al mio compagno di banco a bassissima voce “Che ora è?” che si crea un diffuso e soffuso rumore, perché tutti parliamo pianissimo, ma si tratta del rumore della comunicazione minima e indispensabile di 30 persone. Risultato? Si fa poco e male. E non è colpa di nessuno se non appunto del suddetto Stato.
Un discorso diverso lo faccio per la politica dei tagli, perché sono sicurissima che qualche taglio nella scuola ci vuole. E mi riferisco ai bidelli, alias personale ATA o collaboratori scolastici. Non me ne vogliano i bidelli, ma a scuola mia ce ne sono 10 e non li vedi mai fare niente. C’è il meraviglioso Olindo che legge il giornale, la meravigliosa Anna Maria che lavora all’uncinetto, la meravigliosa Natalina che si dipinge le unghie, il meraviglioso Claudio che disegna (e ho scoperto che li vende anche agli alunni, quei disegni. In effetti è tanto bravo quanto maleducato quando gli chiedi una qualsiasi cosa. Ed è tanto, tanto bravo), la meravigliosa Melinda che parla a telefono con le amiche, il meraviglioso Mario che è sempre imboscato in bagno a fumare e gli altri meravigliosi che sono agli ultimi piani e che quindi non conosco, ma che sicuramente faranno qualcosa. Vabbe’ il che si può anche accettare, perché il compito dei bidelli è pulire le aule dopo l’orario di lezione no? Eh no! Visto con questi occhi, che viene la ditta di pulizie esterna per pulire.
E la cosa bella sapete qual è? Che fra 10 meravigliosi bidelli e la meravigliosa ditta esterna di pulizie ci hanno lasciato annegare nella puzza della spazzatura in decomposizione, perché nessuno ha avuto la degnazione di svuotare i bidoni (che sono alti mezzo metro quindi si tratta di un bel po’ di tempo) finché non l’abbiamo richiesto espressamente (servizio che ci è stato reso con sbuffi e smorfie).  
Un bello spreco di risorse, non vi pare?
Poi però ovviamente c’è l’altra faccia della medaglia. Perché alla fine lo Stato può fare quello che vuole, ma in classe ci siamo noi: gli studenti e i professori.
Possibile che nessuno riesca a capire che siamo sulla stessa barca e che se ci aiutiamo l’un l’altro riusciremo a raggiungere quello che il fine ultimo della scuola e cioè imparare e insegnare, a dispetto di qualsiasi classe pollaio e a dispetto di qualsiasi Stato dalle intenzioni assassine? Evidentemente non ci arriva nessuno, perché nessuno fa partire un dialogo.
Secondo Perboni, gli studenti sono delle capre ignoranti interessati solo ai talk show, scostumati e arroganti. Ci vede più o meno come delle sottospecie di amebe. Quant’è facile, per lor signori, sparare sentenze! E quant’è difficile cercare di capire! Tant’è che finora ho incontrato solo un paio di professori che ci hanno provato. Inutile dire che sono quei professori che vengono nominati sempre con il massimo rispetto e la massima deferenza, anche se ti hanno appioppato una sfilza di quattro e ti hanno dato il debito o ti hanno bocciato. E alla fine sono questi i professori che ottengono i risultati migliori, perché entra in gioco anche il sistema “mi impegno e studio per non deluderlo”. Non serve fare la carogna, anzi. È controproducente.
Comunque, stavo dicendo. Posso dare ragione a Perboni se dice che buona parte degli studenti (ma anche la maggior parte) non è assolutamente interessata alla cultura e all’istruzione e che sia interessata solamente alla TV. Posso dargli ragione se dice che una minoranza è estremamente disturbante. Ma non posso dargli ragione se dice che noi siamo tutti cretini di natura e arroganti per cattiveria o insensibilità, perché non è così (tanto per la cronaca, io non desidero fare la velina. E so benissimo cosa sono le veline in editoria giornalistica. Quindi bisogna anche evitare di fare di tutta l’erba un fascio).
Evidentemente Perboni non ha mai provato a conoscere i propri studenti (e con lui la maggior parte dei professori e degli adulti in genere).
Quando si parla di scuola, tutti addosso agli studenti indolenti e vuoti della nuova generazione. Nessuno mai che pensi alla tensione, al malessere che percepiamo ogni giorno.
Io ho visto piangere a singhiozzi gli studenti che si presentano come i più arroganti e sfrontati di tutti. Ho visto piangere a singhiozzi gli studenti più carini della scuola, quelli più popolari e invidiati di tutti. Ho visto piangere a singhiozzi gli studenti più tranquilli, gli studenti con i voti più alti, con i voti più bassi, i più ricchi, i più poveri, i più disastrati, quelli dalla vita apparentemente perfetta. Ho visto piangere a singhiozzi tutti, almeno una volta. È capitato anche a me, di piangere a quel modo. Semplicemente perché a un certo punto ti manca l’aria e senti un peso sullo stomaco. È tutto così maledettamente complicato. E incerto. Dannatamente incerto.
In classe ne siamo 30, potrei portarvi tante storie. Ne basta una.
C’è un ragazzo appassionato di botanica che voleva andare all’agrario a Latina (era quindi, badate bene, disposto a farsi ogni giorno un’ora di treno più un quarto d’ora abbondante di autobus), è un ragazzo serio e intelligente, di sicuro sarebbe stato uno dei migliori. I genitori però l’hanno subito bloccato: lui fa il liceo perché tutti in famiglia hanno fatto il liceo, lui farà farmacia perché tutti in famiglia hanno fatto farmacia. E così si ritrova con questo grandissimo amore per le piante, con un talento naturale bellissimo (ha riempito la classe di fiori e piante, ma ora che hanno iniziato i lavori per rifare l’affacciata della scuola e dobbiamo tenere le tapparelle chiuse le ha riportate a casa per non farle morire per mancanza di sole) a fare una scuola che non gli piace, che odia perché non fa altro che pensare a quell’altra scuola cui sarebbe voluto andare, con un sogno nel cassetto calpestato da quella stessa famiglia che dovrebbe sostenerlo e un rancore misto a tristezza sia contro la scuola che contro la famiglia. Famiglia che lo tiene sotto la pressione di cento e uno pretese. Come può stare bene? Eppure, perché è una persona seria, nonostante tutto ha ottimi voti. Ma non è sereno.
Quando faccio questo discorso, mi prendono sempre tutti per scema. Eppure è così. Non basta avere tutto, materialmente parlando, per stare bene. E allora ognuno ripiega su qualcosa, su quello che può.
C’è chi si getta nello sport, chi si getta sulla scuola, chi non ha niente cui aggrapparsi, chi si rivolge verso lo scintillante mondo della TV, in cui sembra tutto così facile, così tranquillo, così perfetto. Mi viene da dire così “Hakuna Matata”, senza pensieri.



Ma qualcuno di quei professori, così come anche di quei genitori, che sono buoni solo a puntarci il dito contro, a scuotere la testa con disapprovazione e a dire “Eh ai miei tempi…” ci ha mai pensato che forse dietro a questo atteggiamento c’è qualche problema di fondo, qualche sotterraneo malessere?
Eh già, ai vostri tempi. Voi andavate a scuola, studiavate e avevate la certezza che qualcosa, nel bene o nel male, comunque l’avreste fatta. A noi non è concesso neppure quello. A tutti, almeno una volta, quando ci impegniamo a fare qualcosa è spuntato improvvisamente quel pensiero molesto “Ma infondo che lo faccio a fare? Tanto se non trovo una raccomandazione o qualcuno cui aprire le gambe non serve a niente, nessuno mi riconoscerà mai niente…”
Per questo, in questo momento la scuola ha bisogno di Signor Professori, che siano capaci di aiutarci a superare le crisi di nervi e di panico (perché essenzialmente questo sono), che capiscano che spesso e volentieri quello studente esibizionista e frivolo sta cercando disperatamente di non pensare a quanto è soffocante tutto il mondo che lo circonda, che ci sappiano motivare allo studio facendoci capire perché e come questo studio può aiutarci a rendere tutto meno minaccioso e soprattutto che sappiano farlo senza giudicarci e senza creare il regime del terrore, perché tutto ci serve tranne che un professore carogna che crea solo un altro nodo di tensione in un periodo già abbastanza teso di suo.
Cosa abbiamo invece? Professori che (ripeto, nella maggior parte dei casi) se ne fregano altamente di noi, troppo impegnati ad auto commiserarsi piuttosto che a cercare di capirci qualcosa, pronti solo a puntarci il dito contro e a sparare sentenze peggio di una mitragliatrice. Fossero perfetti, poi, loro!
Lunatici (ora sono tutti latte e miele, ora sono delle iene latranti), generalmente chiusi a ogni dialogo e convinti di possedere la Santissima Assoluta Verità, capita spesso che siano dei totali imbecilli ignoranti della loro materia. Non ci credete?
Venite ad assistere a una spiegazione della mia professoressa di italiano con più “ehmmm” che contenuti. O a quella dell’insegnante di scienze dell’anno scorso.
Il rapporto professori-studenti è simile a un matrimonio. Dobbiamo accettarci e venirci incontro l’un l’altro per lavorare al meglio.
E questo il signor Perboni non l’ha proprio capito.
A parte tutta questa disquisizione il libro si fa leggere, non è che dia chissà quale rivelazione e non fa nemmeno ridere. In qualche punto ti esce un sorrisino forzato, ma più che altro ti viene da piangere. Ecco, questo libro mi sta procurando una di quelle crisi di claustrofobia di cui sopra. Penso proprio che ora andrò a curarmi con un po’ di cioccolata e di film.

2 commenti:

Ciro Bottiglieri ha detto...

Ciao, sono venuto a conoscenza di questo blog grazie a yahoo. Complimenti, è bellissimo. Ti va di visitare il mio ? http://downloadfilmstreamingmarketing.blogspot.it/

Rory e Lulù ha detto...

Ciao, grazie mille. Ora, con le vacanze pasquali, che abbiamo più tempo ci faremo un giretto nel tuo blog :)

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Siamo due cuginette, Luisa e Rosa, che vivendo lontane hanno deciso di scrivere un blog insieme. A Luisa piace leggere, guardare gli anime e studiare (che secchiona!!!); a Rosa piace leggere, vedere film e scrivere. Speriamo tanto di riuscire a intrattenervi e ad interessarvi e che questo blog vi piaccia!
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